TESI
Avevo ragione io. La mia teoria era inconfutabile e quel vecchio trombone stava lì a negare col suo sorrisetto imperturbabile, neanche fosse lo Spirito Santo e fosse dotato per virtù carismatiche del dono dell'infallibilità. I miei argomenti erano ineccepibili, non facevano una grinza e quel vecchio imbecille, aterosclerotico, con la barba sudicia, sdentato, con le sue lauree Honoris Causa a creargli un alone di presuntuosa autorità, me le confutava, fissato con le sue teorie antidiluviane che vivono solo nella sua mente anchilosata e nei suoi libri che nessuno legge più. Vecchio rimbambito.
Gli altri membri della commissione tacevano vigliaccamente davanti alla boria sprezzante del maestro. Ormai non servivano più argomenti per cambiare il suo giudizio, deciso com'era a distruggere le mie tesi col suo sorrisetto sardonico, come fossi un intruso, l'ultimo arrivato pieno di saccente presunzione. Come se difendere qualcosa che andava oltre la portata del suo cervello in decomposizione fosse un insulto alla scienza che lui si incaricava di rappresentare.
Ormai ero sicuro di non farcela, con lui a presiedere la commissione le speranze erano ridotte al lumicino. Ma fece uno sbaglio. Non si accontentò di demolire le mie tesi, si permise di criticare e ridicolizzare il mio percorso di studi e che avrei dovuto ricominciare da capo scegliendo corsi guidati da validi docenti, naturalmente suoi ex allievi.
Uscii fuori dai gangheri, non riuscii più a controllarmi. Scavalcai il tavolo della commissione, lo afferrai per la collottola e il fondo dei pantaloni, lo spinsi verso la finestra aperta più vicina e lo scaraventai nel vuoto.
Tre anni dopo, manette ai polsi, due guardie carcerarie di scorta, mi ritrovai davanti a una commissione visibilmente interessata a tesi che avevano suscitato grande scalpore con effetti drammatici, non solo nel mondo accademico, pronta a giudicarle. Si aprì un acceso dialogo fra i membri della commissione nei cui volti si leggeva stupore e meraviglia e tutti concordarono sull'eccezionalità di teorie che avrebbero rivoluzionato il settore. Il massimo dei voti, incorniciato da una entusiasmante lode, espressa all'unanimità da tutti i relatori, fu quanto di meglio potessi aspettare. La pubblicazione della tesi nei più autorevoli organi di stampa scientifici di interesse mondiale, fu la classica ciliegina sulla torta.
Adesso smetto di scrivere, l'ora d'aria è irrinunciabile
ANTITESI
Mescolava il caffellatte col cucchiaio, il liquido arrivava fino all'orlo, sollevato dall'azione violenta dell'utensile di alluminio. La tazza era di plastica rigida consumata dall'uso, il cucchiaio opaco ed era quanto di meglio la mensa del carcere offriva. Si udiva il rumore del metallo contro la plastica. Toc, toc, toc, e il caffellatte girava e rigirava con un gorgo nel mezzo. Un maelstrom in miniatura. Io seduto di fronte, maledii la sorte per aver scelto il posto peggiore fra i pochi disponibili.
L'uomo continuava a girare e rigirare, immobile e sorridente, e mi guardava. Lo guardai in modo tale che si sentì in obbligo di giustificarsi. --Lo zucchero non si è ancora sciolto--. Per dimostrarmelo dette dei colpetti sul fondo della tazza e riprese con rinnovata energia a mescolare il liquido. Gira e rigira, senza fermarsi mai, e il rumore del metallo sul bordo della tazza. Toc, toc, toc, di seguito e senza posa, eternamente. Mi guardava sorridendo, un sorriso laido e languido insieme, strizzandomi l'occhio e umettandosi le labbra a più riprese con la punta della lingua. Mi alzai di scatto e supplicai al sorvegliante più vicino di assegnarmi un posto in altra tavolata. Mi rispose che il posto scelto era quello definitivo. Chiesi e ottenni di rientrare in cella, in preda a un'ira che a stento riuscivo a contenere.
Quando ci fu la chiamata per il pranzo, mi unii malvolentieri alla lunga e ordinata fila che procedeva lentamente verso la mensa sotto lo sguardo vigile dei sorveglianti. Non avevo appetito, ma non volevo darla vinta all'insolenza di quel coglione. Mangiava e si puliva i denti come non sapesse fare altro. Posava lo stecchino sul lato del vassoio, per riprendere a stuzzicarseli appena finito di masticare un boccone. Senza sosta, dall'alto in basso, da destra a sinistra, da avanti e dietro, da dietro in avanti, sollevando il labbro superiore come un coniglio, mostrando uno dopo l'altro gli incisivi giallastri e i buchi neri degli spazi vuoti, abbassando il labbro inferiore fino alla gengiva corrosa, continuando a sorridermi in modo invitante.
Evitai di osservarlo e mi concentrai sul poco attraente cibo nel vassoio col solo scopo di nutrirmi. Dal movimento del braccio capii che continuava nelle operazioni di scavo fra i pochi denti rimasti. Continuai a ignorare quella nauseante esibizione per non essere costretto a vomitare il cibo che assumevo controvoglia. Poi udii uno schiocco, inconfondibile. Sollevai lo sguardo e le sue labbra, atteggiate a cul di gallina, mi inviavano bacini lascivi.
Il gesto fu talmente fulmineo che nessuno potè affermare di averlo visto. Il manico del cucchiaio, affilato dall'uso, affondò nell'orbita del suo occhio sinistro senza incontrare resistenza. Lanciò un urlo da maiale sgozzato coprendosi il viso con le mani. Si sollevò in piedi e cadde rovinosamente all'indietro. Tutti si alzarono e corsero attorno al corpo sul pavimento senza che nessuno osasse prestare soccorso. Sfruttai la confusione, mi liberai del cucchiaio e mi unii agli altri detenuti per osservare gli ultimi rantoli dell'essere più rivoltante che avessi mai conosciuto.
Il suono ripetuto e assordante della sirena d'allarme annunciò l'ingresso in sala mensa, armi in pugno, di una ventina di sorveglianti. Dispersero la calca costringendo i detenuti in un angolo del salone e liberarono il transito all'anziano medico del carcere e al direttore.
L'inchiesta che seguì vide coinvolti i componenti del tavolo della vittima, in tutto nove, io compreso. Furono interrogati separatamente dal direttore, promettendo benefici a chi avesse rivelato particolari utili a risolvere l'omicidio. Ovviamente tutti negarono di aver visto qualcosa, concentrati com'erano a cibarsi. Io, come dirimpettaio della vittima, ero il maggiore indiziato e fui interrogato per ultimo. Negai ogni addebito, ero concentrato sul vassoio e niente aveva distolto il mio sguardo sino alle urla della vittima. Mi fu chiesto, con un tono che avrebbe dovuto mettermi all'angolo, il motivo della richiesta di cambiare posto, risposi della puzza insopportabile che emanava il detenuto al mio fianco, in parte vero.
Il magistrato incaricato dell'indagine seguì la procedura del direttore, ripetendola per sette giorni di fila nella vana speranza di cogliere qualche incongruenza nelle dichiarazioni precedenti. Poi più nulla, passarono altri giorni e tutto sembrò ritornare in una apparente normalità, senza che l'argomento venisse in qualche modo riproposto e risultò molto chiaro che della morte di un pluriomicida, macchiatosi di orrendi crimini, non importava niente a nessuno.
Finalmente in pace, mi immersi nella lettura delle Confessioni di S.Agostino. In quelle pagine trovai conforto e assoluzione per i miei peccati.
p.s.2023
Tesi - Antitesi testo di Zodiac